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Full text of "Garibaldi nella Lombardia (1848) / [di] Giovanni Baldi."

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Fascicolo N." 9 



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Cospirazioni e battaglie dal 1821 al 1870 

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Firenze — Casa Editrice NERBINI — Firenze 



F^rof. GIOVAISlISII BALDI 



(Lospira3Ìoni e Battaglie 

pel risovgtmento b'3taUa 



•?? SOMMARIO :?r 

I. I CarUnciTì; (1820-21) — II.. Il Castello di KuBiera (1S22) ~ 
IIL Cirio Menoiti (1831) — IV., La Giovine Italia — V.I fratelli 
Bandiera — YI. Le cospirazioni e i nuoti sotto il papato — YII. L© 
cinque giornate di Milano — ¥111. La prima guerra delF Indi- 
pendenza^ — IX. Gkiribaldi in Lambardia — X. La dìifesa di 
Eoma — XI. L'assedio di Tenera — XII. Fna tragica 
ritirata — XIII. Le dieci gioimate di B'rescia — XIT. La. 
resistenza di Livorno — XV. I moti della Lomimrdia — 
XYI. Cario Pisacane — XYII. Felice Orsim (L'odis- 
sea di UH' cospiratore) — XYIII. Il 27 Aprile lSh9} 
|[Jna riyolitzione festante) — XIX. La seconda* 
guerra per F Iniipendenza — XX. I 3IÌMe — 
XXL Aspromonte e ¥autii;a — XXII. Dal 
QuadrilaterO' ale Tallì del Tìreatimo — 
XXIIL Mentana -Yilla Glori -€asa> 
Ajani — XXIY. Le bande iirsurre- 
zionali — XXY. Il XX Set- 
tembre 1870 (La caduta dei 
pote;-e temporale de'' papi 
— XXYL II SaeriMo di 
Srugiielmo O^berdam 
^L^Irredenta e l'ul- 
timo martire),. 



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Si pubblica un fasdieolff fa settimana a ceiffesinii lO 

Abbo:-. all'Opera compìleTa L. 2,50 (estero L. ^^ 



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C1848) 



V annunzio della elezione a pontefice del Mastai-Fer- 
retti, che assunse il nome di Pio IX, dei suoi primi atti, 
delle concesse riforme e dell'entusiasmo che aveva susci- 
tato nell'anima degl'italiani, giunse fino in America e negli 
esuli fé' rigermogliare sogni a lungo vagheggiati, ardenti 
desideri mai sopiti. Giuseppe Garibaldi, l'eroico colonnello 
della valorosa Legione Italiana, insieme all' amico suo e 
commilitone Anzani, a nome dei profughi italiani, scrisse 
una lunga lettera al nunzio pontifìcio cardinale Bedini, 
nella quale, rallegrandosi dell' insperata fortuna che sorri- 
deva alla patria lontana e che faceva bene auspicare per 
le sue sorti, offrivano i servigi della Legione e il loro san- 
gue alla causa propugnata da Pio IX. La lettera ebbe una 
vaga risposta di ringraziamento per i sentimenti che gl'ita- 
liani lontani esprimevano al Santo Padre, sul resto, che 
era la sostanza della lettera stessa, la responsiva taceva^ 
e non poteva essere che così, perocché scrivesse quel car- 
dinale Bedini emulatore della ferocia austriaca nel repri- 



— 2 — 

mere i generosi moti di Romagna. Il Garibaldi aveva 
scritto da Montevideo il 12 ottobre 1847, nei primi del 1848 
decise, insieme con quanti lo volevano seguire, di far vela 
alla volta deiritalia. Il governo della Repubblica Orientale 
fece quant' era possibile per trattenere il colonnello ed i 
«uoi^ ma visto che non v'era da rimuoverli dal fatto pro- 
posito, si offerse di fare per essi quanto meglio poteva. 
L' offerta era generosa e fatta di gran cuore, ma il Gari- 
baldi, sapendo quan-to la Repubblica fosse povera, noii ac- 
cettò un soldo, tolse solo due piccoli cannoni e ottocento 
fucili : un negoziante italiano stabilito a Montevideo, Ste- 
fano Antonini, insieme ad altri, contribuì largamente nel- 
r aiutare i partenti, che erano un'ottantina, tra i quali 
alcuni orientali, il mulatto Costa e il negro Andrea Aguylan; 
v'era anche Anzani, minato dalla tisi, per la quale, ap- 
pena sbarcato su terra italiana, doveva poi morire. Il 15 
aprile del 1848, suìVEsperanza^ salpavano da Montevideo, 
argonauti novelU alla ricerca della libertà; li avevano 
preceduti Giacomo Medici e Anita Garibaldi coi figli. 

11 Medici, che per ragioni di salute, (i dottori lo di- 
cevano tisico!) da Londra, sullo scorcio ultimo del 1846, 
s'era recato a Montevideo, ov'era giunto dopo la gloriosa 
giornata di Sant'Antonio al Salto, aveva voluto far parte 
della Legione, In breve s' era guadagnata la confidenza e 
l'amicizia di Garibaldi, che a lui, che nel marzo del 1848 
s'imbarcava per 1' Havre, affidava l' incarico di recarsi in 
Toscana per un' intesa col Bastogi e il Fenzi, col figlio del 
generale Belluomini, col Guerrazzi, che era riparato in Pi- 
stoia, con altri, per levare mano di armati risoluti, insor- 
gere, occupare Lucca, intanto che il Garibaldi avrebbe 
operato uno sbarco a Viareggio, ed entrare in campagna 
contro r austriaco. E il Medici, che a Pario^i aveva viste le 



.giornate di maggio, si trovò in Italia alla testa d'una co- 
lonna di trecento fidati, pronti alla lotta. 

Il Garibaldi, intanto, per le condizioni nelle quali aveva 
•dovuta compiere la traversata, e per le nuove degli eventi 
occorsi in Italia, modificava il suo piano e sbarcava a 




Il vostro posto non può eli e esser là, 
'volse le spalle.... {Pag. 4). 



Il Garibaldi, indignato, 



Nizza, ove riabbracciava la madre ed Annita coi bimbi. 
Intanto il povero Anzani, lentamente, si spenge va in Ge- 
nova, nel palazzo del marchese Gavotte, che lo aveva 
ospitato, e veniva, a cura del fratello — un austriacante — 
sepolto in Alzate, sua terra natia, e il Garibaldi correva al 
quartier generale di Carlo Alberto, a Roverbella, per of- 
frirgli la propria spada e la vita dei suoi volontari. Repub- 



— 4 — 

blicano, non si ricordava che di essere italiano ; condan- 
nato a morte ignominiosa, in nome del re, e come tradi- 
tore della patria, dimenticava l'oltraggiosa sentenza per 
non essere che un milite devoto della indipendenza italiana; 
maggiore generosità non poteva esserci; ma Carlo Alberto- 
lo accolse con freddezza glaciale, e lo rimandò a Torino,, 
dal ministro della Guerra Ricci. Sollecitò il Garibaldi gli 
ordini del ministero, e alfine il Ricci gli disse : « Vi con- 
siglio di recarvi a Venezia, di prendere il comando di al- 
cune barche e, come corsaro, potrete giovare a quella 
repubblica. Il vostro posto non può che esser là ». Il Ga- 
ribaldi, indignato, volse le spalle, e si recò a Milano, ove^ 
offerse la propria cooperazione al Governo Provvisorio. Era. 
il 15 luglio: giungevano già le tristi nuove dei rovesci 
regi, e il Mazzini, con un articolo entusiastico, salutava la. 
venuta dell' Eroe. Nella notte dal 28 al 29 il Comitato di 
difesa, impersonato in Maestri, Restelli e Fanti, su propo- 
sta del Mazzini, conferì il grado di generale al Garibaldi, 
gli die pieni poteri, autorizza^ndolo a ordinare una colonna, 
di volontari. A Bergamo si unì a lui un battaglione di 
volontari accorsi da Vicenza, nonché un nucleo di pavesi, 
si formò così quel battaglione a cui il generale, in ricordo* 
dell'estinto amico, die il nome di Anzani; accorreva sem- 
plice milite, la carabina in ispalla, il Mazzini, e per una- 
nime consenso gli si affidava la bandiera col motto: Bio^ 
e popolo. In tre giorni la legione di Garibaldi contava 
tremila uomini, la guardia civica era stata mobilizzata e 
la leva in massa decretata. L' energia fulminea del giovine- 
condottiero riapriva il cuore alla speranza ; il Medici, istrut- 
tore delle reclute, faceva miracoli, ma il Governo Prov- 
visorio poneva mille ostacoli ed indugi al buon andamento» 
delle cose militari; per la gente come il Casati ed il Bor— 



.— 5 — 

a'omeo i volontari inquietavano; erano la Nazione armata, 
<3[uindi la rivoluzione. Qual conto, del resto, si facesse dei 
volontari, s'era già visto, quando ben più di cinquemila 
•di essi, lombardi, svizzeri e liguri, comandati dal colon- 
nello della Confederazione Elvetica Allemandi, s' erano stesi 
lin forte posizione dal lago di Garda alle vette alpine. Capi 
delle legioni erano il bresciano Borra, che aveva militato 
sotto l'aquile napoleoniche, il Thanneberg, audace gio- 
vine alsaziano, il cremonese Paolo Tibaldi (1), il Ma- 
nara, l'Arcioni, provato patriota, dal Trotti, l'Anfossi, 
altri, che hanno tutti onorevole posto nella storia delle 
battaglie per la libertà. Avevano essi date indubbie prove 
•di valoroso ardire sconfiggendo in più scontri gli austriaci, 
e l'Allemandi, che vedeva quale importanza avessero le 
occupate posizioni, per mantenervisi, insisteva per ottenere 
rinforzi e artiglierie, di cui mancava. Carlo Alberto non 
rispondeva neppure, e il governo provvisorio di Milano lo 
richiamava a Brescia, lasciando così improvvidamente, sco- 
perti i valichi alpini, indifesa la Venezia e il Friuli, libera 
la via pel Garda e Brescia — gravissimo errore — ; peggio 
ancora, in Brescia li faceva arringare dal colonnello pie- 
montese eresia, che a faria di magnificare enfaticamente 
la discipUna e il valore dell'esercito regolare ed il re 



(L) Paolo Tibaldi, scultore, nato nel 1827, combattè in Lombar- 
dia ed a Roma nel 1849. Esule in Francia fu vittima di Napoleone III, 
e trasportato a Cajenna penò all' isola delDiavolo lunghi anni. Nel 
1870 era di nuovo a Parigi, e la difese, difendendo con una legione 
di volontarj la Repubblica. Fu processato con Flourens, Blanqui ed 
altri, e rilasciato libero. Il Mazzini, il Garibaldi; il Ledru Rollin, 
Victor Hugo gli accordarono il loro affetto e la loro stima. Fu una 
Ibella figura di combattente e di cospiratore. La fratellanza de' popoli 
•«bbe in lui ud eletto campione. 



— 6 — • 

Carlo Alberto, si sentì rispondere essere essi militi delFIta- 
lia e non dei re, e gridare sul viso: Viva la Repubblica f 
e se le legioni non si sciolsero fu miracolo. Riordinate,, 
sotto il comando del Durando, fratello del generale ponti- 
ficio, ritornarono tra le gole alpine, al Caffaro. Quest'epi- 
sodio, sommariamente narrato, può, a chi abbia intelletto, 
rivelare assai cose, principalissima quella del come i mo- 
derati subordinassero le altissime idealità di onore patrio, 
d'indipendenza e di libertà alle loro mire settarie e cmi— 
sortesche. 

Il generale Olivieri, che aveva in Milano pieno potere- 
in quel momento, ingiunge al Garibaldi, il 3 agosto, di 
ridursi su Milano stessa, sollecitamente, molestando di 
fianco e alle spalle il nemico; e il generale, coi suoi cin- 
quemila uomini, marcia, nella notte dal 3 al 4, sotto- 
r acquazzone, lungo l'Adda, giunge a Monza, ove, dolorosa, 
improvvisa qual fulmine, gli giunge la nuova della resa 
di Milano, e apprende che forte corpo di cavalleria au- 
striaca è lanciato contro di lui. Si ritrae su Como cercando 
un' intesa coi capi delle altre legioni, specie col generale 
Grifflni, cui i bresciani, decisi all'estreme difese, ave vano- 
affidato il comando della città, e con Giacomo Durando,- 
che era a' passi del Tonale e dello Stelvio ; ma il Griffìni 
abbandonava senza combattere Brescia, e i suoi, affamati, 
laceri, conduceva, pel passo d' Aprica, ne' Grigioni, ove lì 
lasciava cedendo le armi, tra le quali alcuni cannoni; il 
Durando pure si ritraeva su territorio piemontese, non 
senza che i suoi allo Stelvio non compiessero bellissime 
prove di valore, nelle quali si distinsero il Lavezzari, l'Ar— 
rigosi, il De Gasperis e cadeva il milanese Clerici. Il Ga- 
ribaldi, restato così isolato, si diresse a Castelletto, sul 
confine piemontese; quivi il duca di Genova gli spedisce,. 



per mezzo di carabinieri, Tordine di rispettare i patti del- 
l'armistizio; ma il generale fieramente risponde: Non ri- 
conosco patti di sorta col nemico ; milite dell' Italia giurai 
di combattere finché avessi nerbo nel braccio e un uomo 
che mi seguisse, ed io i giuramenti li mantengo. E ai vo- 
lontarj rivolge un proclama, restato famoso, nel quale af- 
ferma : « Se il re di Sardegna ha una corona che conserva 
a forza di colpe e di viltà, io ed i miei compagni non vo- 
gliamo senza compire il nostro sagrificio abbandonare la 
sorte della nostra sacra terra a ludibrio di chi la soggioga 
e la manomette. » Non aveva cavalli, non artiglierie, non 
carri di viveri e di munizioni, i suoi uomini s'erano ridotti 
a 800, ma il Garibaldi, audacemente, per quanto afl*ranto 
da una febbre intermittente che non gli dava tregua, mar- 
cia su Luino; vi giunge, ed estenuato si ferma all'albergo 
della. Beccacciaj, all'imboccatura del paese, per prendere 
un po' di riposo, affidando a Medici il comando. Il Medici 
aveva appena appostate le sentinelle e i drappelli avanzati» 
che i terrazzani, spaventati, gridano: Ecco gli austriaci- 
Il Garibaldi, che solo da una mezz' ora s' era gettato sul 
letto, accorre, riarso dalla febbre, barrica la strada prin- 
cipale del paese, dispone i suoi in modo da non esser gi- 
rato di fianco o alle spalle, e apre il fuoco contro il ne- 
mico. Aveva di fronte a se 1200 uomini, che si trince- 
rarono nell'albergo della Beccacica; bisognava sloggiarli, 
e il generale, coi suoi ottocento, si lancia all'assalto. Dalle 
finestre piove uu fuoco continuo, ed egli è a cavallo, nel 
mezzo della via, a pochi passi dall' albergo, ed è un mira-- 
colo se non vien colpito. Gli autriaci, terrorizzati, fuggono 
gettando gli zaini e i fucili, e corrono su Varese, inseguiti 
dal Medici e da un centinaio di volontari, lasciando alla 
Beccaccia ottanta prigionieri e un cento fra morti e feriti. 



— 8 — 

Il Radetzky, da Varese, informato da una spia, che il Ga- 
ribaldi, a Guerla, fece fucilare, ordinava di tagliare la ri- 
tirata sul territorio svizzero è su quello piemontose. Il 
Medici, coi suoi cento volontari, s'imbatte, nel contine el- 
vetico, con le colonne austriache del D'Aspre. Ogni uomo 
disponeva di venti colpi, eppure il Medici ebbe l'audacia 
di resistere per quattr'ore a 5000 uomini, afforzati dall'ar- 
tiglieria, che tuonava dalle alture di Roderò^ e dalla ca- 
valleria, finché, mancando le munizioni, si ritirò in buon 
ordine sul territorio svizzero, ove sciolse i 68 uomini ri- 
masti e nascose i fucili, per riprenderli alla prima occa- 
sione. Il Garibaldi, che non aveva che 500 volontarj, fu 
raggiunto a Morazzone dai 5000 austriaci del D'Aspre; 
combattè tutto il giorno, e alla sera, coi suoi, in colonna 
serrata, si preparò ad aprirsi la via attraverso le file ne- 
miche. Gli austriaci, che avevano trovate barricate le vie, 
le case trasformate in fortini, non osavano, per timore 
d'insidie, d'avanzare,^ e lasciavano che le bombe e le gra- 
nate riducessero in fumanti rovine il paese, e il Garibaldi, 
alla baionetta, assaliva gli artiglieri, rispondendo al dottore 
Scianda che gli gridava: « Generale, si espone troppo; que- 
sto non è il suo posto » — « Medico, il mio posto è dove 
il pericolo è maggiore, dove si muore. » 

Calava la sera del 26 Agosto, e il Garibaldi, chiamato 
il suo aiutante Luigi Fabrizi, fatto nodo dei rimasti, ap- 
profittando delle tenebre rischiarate solo dal rosseggiare 
delle vampe dell'incendio suscitato dalle granate, alla baio- 
netta rompeva le file austriache, e riparava su territorio 
svizzero, recando seco la bandiera forata da una cannonata. 
Sei soli, feriti, vennero fatti , prigionieri dagli austriaci e 
bistrattati in ogni maniera. Credeva il D' Aspre, all' alba, 
avendo circuito con forze numerose e da oorni lato il Ga- 



— 9 — 

ribaldi, di far prigioniera tutta la colonna, invece non potè 
che occupare un villaggio in rovina. — È il diavolo rosso; 
— dicevano i croati parlando del generale — le palle non 
lo colpiscono, e quando si crede di averlo nelle mani spa- 
risce, vola via per l'aria! — E il D'Aspre diceva ai gene- 




li Garibaldi, che solo da una mezz' ora s' era gettato sul letto, 
accorre, riarso dalla febbre.... (Paj. 7). 

Tali piemontosi: — Un solo uomo avrebbe potuto grande- 
mente giovare alla vostra guerra; ma non l'avete saputo 
conoscere: quest'uomo è Garibaldi, un eroe. — 

Intanto l'audace condottiero, che nella libera Elvezia, 
-col Fabrizi doveva ritrovare il Medici ed il Vecchi e il suo 
portabandiera Giuseppe Mazzini, nonché il Cattaneo, l'anima 
delle cinque giornate^ che aveva conosciuto in Milano, a 



— 10 — 

Lugano scioglieva i ventinove che, fedeli, lo avevano vo-^ 
luto seguire fin là. Ma se la campagna di Lombardia era 
virtualmente finita^ per Garibaldi e per Mazzini, come per 
i più fidi loro seguaci non finiva la lotta. Venezia resisteva, 
eroicamente, e il Mazzini, aiutato in questo, potentemente, 
da Maurizio Quadrio, esule dal '21, combattente per la li- 
bertà della Polonia dipoi, attivissimo cospiratore sempre,. 
cercava di fare insorgere le popolazioni della Lombardia^ 
I forti figli della Valtellina rispondevano all'appello, e ad 
Argegno, solingo paesello sulla riva sinistra del lago di 
Como, sentinella avanzata quasi allo sboccò della Val d'In- 
telvi, l'oste Andrea Brenta dava il segnale della riscossa- 
Era il Brenta nato nel 1811 sul territorio di Como; nel '48' 
all'annunzio dell'insurrezione di Milano, con altri audaci 
terrazzani, aveva fatta la guerriglia per bande contro l'Au- 
striaco, poi aveva seguito, distinguendosi in varie prove,: 
l'esercito regio: saputo che il Garibaldi non aveva voluto- 
deporre le armi, lo raggiungeva a Morazzone, si batteva,, 
e lo seguiva nella Svizzera, d'onde, tratto tratto, correva 
nelle Valli per rivedere la moglie e i suoi nove figli, e per 
diffondere fino a Como, sotto la vigilanza del feroce oppres- 
sore, i proclami del Mazzini. 11 Brenta, con quattrocento 
compagni risoluti a tutto, assale il posto di gendarmeria, 
e toglie ai gendarmi austriaci armi e munizioni; percorre 
la valle e la solleva, intanto che i gendarmi disarmati cor- 
revano a Como a rimettere rapporto al generale Wohlg— 
emuth, che il 25 ottobre, su vapori, per la via del lago, fa- 
ceva operare uno sbarco di truppe ad Argegno. Ma presso- 
Carrano, vicino alla chiesa di San Sisino, il Brenta, Andrea 
Grandi, e Niceforo Bernarda, pochi altri, sette in tutto, im- 
boscati, aprono un vivo fuoco di moschetteria, e lo prose- 
guono inselvandosi e salendo, mano a mano, la montagna. 



— 11 — 

Resisterono gli austriaci, ma non osarono avanzare, cre- 
dendo di avere a che fare con chi sa quale numerosa e 
agguerrita schiera di sollevati. Il giorno dopo riprese la 
lotta; quando a un tratto, con audacia senza pari, uno dei 
sette, Andrea Grandi, con grandi grida e scaricando il mo- 
schetto nel fitto delle schiere nemiche, sbuca da un mac- 
chione, come se fosse seguito da copiosa coorte di compagni. 
A tal vista gli austriaci, sgomenti, fuggono a dirotto, la- 
sciando sul terreno i loro morti ed i feriti, e non si fermano- 
che ad Argegno, ove, pieni d'ira. bestiale, incendiano varie 
capanne, infieriscono contro gli abitanti, senza riguardo a 
sesso od età, e s' imbarcano per Como, seco recando sette^ 
ostaggi, i primi capitati loro tra mano. 

Da Lugano, intanto, giungevano denari, armi e muni- 
zioni, nonché quattrocento volontari, in massima italiani e 
ungheresi, che, amanti di libertà, avevano disertate le file^ 
austriache. Erano i legionari guidati dal d'Apice, che s'era 
separato dal Durando, dall'Arcioni, dal Medici e dal Dave- 
rio, che col nobile patriota Vitaliano CriveUi, instituirono- 
nella chiesa di San Sisino un comitato insurrezionale, la 
cui azione, pronta ed energica, fé' subito insogere altri 
paesi. L'Arcioni s'impadronì di alcuni luoghi importanti, di 
Blevico e di Chiavenna; il Medici, fra Dongo e Gravedona,. 
ebbe un vivo conflitto con gli austrìaci; il Daverio, con 
pochi nomini, s'impossessò del vapore che faceva servizio- 
sul lago Maggiore e tenne testa a fitta schiera di cacciatori 
tirolesi; ma il D'Apice, per dissensi con l'Arcioni, lùmase^ 
inattivo e lasciò indifese le alture, che vennero, poi, e van- 
taggiosamente, occupate dai tedeschi. 

Tornarono gU austriaci, forti di numero e d'armi; ma 
visto che era vano cozzare contro gli sbocchi della valle,, 
strenuamente difesi dagli insorti, si affidarono ad alcuni 



— 12 — 

agenti di finanza, per nostra vergogna italiani, i quali pra- 
tici al par de' montanari e dei contrabbandieri d'ogni sen- 
tiero alpestre, si offersero come guide, tradendo la causa 
della loro patria. A infamia e disdoro, facciamone i nomi : 
^ssi furono sei, e tutti vennero dall'imperiale e reale go- 
verno austriaco compensati con medaglia d'oro, si chiama- 
rono: Digiuni, Mauri, Melloni, Pensa, Bevilacqua e Biondo. 
Condussero essi gli austriaci su la vetta del Bisbino, e di 
là per Schignano, piombarono alle spalle de' paesi insorti, 
incendiando la villa detta de' signori e l'osteria del Brenta, 
fucilando senza giudizio veruno un Domenico Ceresa che 
cercava di porre in salvo i suoi armenti, un ungherese di- 
retto in Svizzera e smarritosi sui monti, un Antonio Cre- 
scieri, reo di aver deplorati i saccheggi a cui quelle orde 
non di soldati, ma di predoni si abbandonavano. Tredici 
disertori ungheresi, distesi in catena sull'altura del San 
Bernardo, fecero fiera opposizione alla soldatesca croata; 
la colonna del d'Apice, che codardamente s'era rifuggito a 
Capolago, tenne testa all' invasione, perdendo venti uomini 
tra morti e prigionieri, finché, mancando le munizioni e 
ingrossando ognor più il numero de' nemici, dovè ritrarsi 
sul confine svizzero. A questa insurrezione, finita così in- 
felicemente, avevano partecipato il Bergamasco Gabriele 
Camozzi, che aveva già cooperato alla lotta precedente con 
Garibaldi, e Vittorio Tasca, ^che fu poi de' Mille, i quali, 
presi accordi col Mazzini e con Maurizio Quadrio, sotto 
mentite vesti, con rischio continuo di lor vita, avevano 
percorse le valli, s'erano spinti a Como e fin sotto Milano 
per suscitare nuova rivoluzione. 

Tentava il Camozzi nel 1849, ripresa la campagna 
regia, nuovo moto. Operava egli anche per incarico del 
governo di Carlo Alberto, e tornato in Lombardia, col pe- 



— 13 — 

ricolo d'essere, da un momento all'altro, riconosciuto, sor- 
preso e fucilato, introduceva armi e munizioni, instaurava 
in Como, a Varese, a Lecco, a Bergamo, a Brescia comi- 
tati di difesa nazionale e governi provvisori. In Bergamo^ 
sua città natale, chiamò alle armi il popolo, bandì la leva 
in massa, e con milleottocento volontari che mantenne del 
proprio, prese possesso della città, vi assunse poteri ditta- 
toriali, costituì un comitato di difesa nella persone di An- 
tonio Pezzoli, di Filippo Rossi, e di David Antonio, strinse 
d'assedio la Rocca, ove s'era afforzata la guarnigione au- 
striaca, imponendo al comandante la resa. Visto che gli 
aiuti, chiesti invano al quartier generale del re Carlo Al- 
berto, non gli giungevano, lancia ai lombardi un fiero 
proclama, di cui ci piace riportare qualche tratto: « L'o- 
« diato austriaco, sotto il mistero d'una ritirata, fugge di- 
« sordinato per raggiungere le solite tane e salvarsi nelle 
« fortezze. Su, cittadini! il momento è supremo per liberare 
« il paese dal nostro più crudele nemico, che giunto in 
« sicurezza potrebbe ritornare allo sterminio delle vostre 
« case, dei vostri averi, dei vostri fratelli. Sollevatevi, co- 
« raggiosi lombardi ! Correte armati in massa a sterminare 
« un nemico affranto dalle fatiche, dal viaggio, colpito dalla 
« maledizione di Dio. Esso non può resistere. Un archibu- 
« gio, una forca, una zappa, una vanga, tutto basta per 

« annientarlo al suo passaggio All'armi, in massa ! 

«Viva l'Italia e la sua indipendenza! » Dalla Ròcca, in- 
tanto, principiavano gli austriaci a bombardare Bergamo; 
Brescia fieramente lottava, e il Camozzi, visto di non potere 
da solo espugnare la fortezza, con scelto manipolo dei suoi 
accorreva in aiuto de' bresciani. Gli austriaci, avuto nuova 
rinforzo di venti battaglioni, s' erano ormai impadroniti 
dell'eroica Brescia e vi perpetravano gli orrori nefandi del 



-- 14 - 

saccheggio, delF incendio, delle stragi, quando, tutto ad un 
tratto, in sulla sera, dal borgo di San Giovanni, s'ode vivo 
il fragore della moschetteria. È il Camozzi coi suoi ottocento 
bergamaschi che al ponte delle Grotte, intrepidamente, tiene 
testa alle orde feroci, briache di vino e di sangue, e lotta 
per più ore, non senza gravi perdite. Avvertito che gli 
imperiali si sono ritratti solo per circuirlo con forte numero 
di armati e per ridurlo prigioniero insieme coi suoi valorosi, 
rannoda le file de' superstiti, e con molta diligenza e abi- 
lità passa con essi, inavvertito, in mezzo al nemico, sicuro 
Clamai di certa preda, e che all'alba, avanzando, non trova al- 
cuno e resta, pieno d'ira impotente, con un pugno di mosche* 
Il Camozzi, indisturbato, giunge ad Iseo, ove il 3 aprile, ap- 
prende le nuove dolorose della rotta di Novara e del nefasto 
armistizio stipulato da Vittorio Emanuele e Radetzsky a Vi- 
gnale. Vista cadere ogni speranza di possibile riscossa, non 
senza lacrime del popolo e dei suoi volontari, riunisce la 
esigua schiera, l'arringa con forti parole che suonano au- 
gurio e promessa di prossima redenzione^ e dichiara sciolta 
la legione. Il Camozzi, ripiegata la bandiera tricolore, l'ul- 
tima che in quel momento tragico e doloroso sventolasse 
ancora su la terra lombarda, si arviò per l'esilio. 

L'estreme prove erano state compiute con eroismo, 
senza pari, la virtù di un popolo forte e fiero perchè av- 
vivato da intenso amore di libertà aveva potuto rifulgere 
in modo ammirando, costringendo anche il nemico, per 
feroce che fosse, ad attestare la sua meraviglia per una 
resistenza così strenuamente condotta. Precipitavano altresì 
gli eventi della rivoluzione a Vienna, ove il principe di 
Windichsgratz faceva fucilare i capi del moto popolare 
Roberto Blum, Venceslao Messenhauser e Fròbel. Nel Co- 
masco, Andrea Brenta, il fiero popolano, per le mene della 



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diplomazia austriaca cacciato dalla Svizzera, denunciato dal 
Tilissimo finanziere Mauri, italiano rinnegato, veniva, in- 
sieme a due compagni, sorpreso in un' osteria, villaneggiato, 
martoriato e condannato a morte. Stretto con minacele e 
<ion promesse, non rivelò un nome. Saputo che la moglie 
€0i nove figli s'era recata a impetrar grazia al colonnello 
Popovich, esclamò: « Non avrei mai accolta la grazia da 
un tedesco: i miei figli mi sapranno vendicare.» Ricambiò 
-col prete che lo confortava poche parole su gli interessi 
di famiglia, dispose delle poche sue robe e de' panni che 
■aveva indosso, e rivolse, calmo e sereno, parole d'addio al 
popolo, di ferma speranza nella risurrezione della patria. 
Venne fucilato in Camerlate, l'il aprile 1849, insieme al 
falegname Gian Battista Vettori, di Saltrio, in quel di Como, 
ventottenne, e con Andrea Andreetti di San Fedele, venti- 
settenne, carrettiere. Il 14 vennero fucilati il trentenne 
Antonio Mezzera, di Bellano, carrettiere, e il ventenne Se- 
bastiano Leventini, ticinese, vetraio. Andrea Manara, bar- 
caiolo, ventitreenne, da Bellano, e Medardo Pizzala, dicias- 
settenne, pure bellanese, ebbero grazia mentre si stava p^r 
fucilarli. M'è piaciuto ricordare questi eroi oscuri, questi 
umili martiri, dai più. ignorati, perocché essi mi paiono 
degni di onore come campioni eletti delle modeste, ma non 
per questo men belle, virtù popolane. Possano i giovani 
dare degno tributo di affetto e di gratitudine doverosa alla 
loro memoria, imitandone la fierezza di animo. 



Firenze, 1905 - Tip. CHinpolmi e Sevieri, via del Porcellana 9 



Firenze — Casa Editrice NERBINI — Firenze 



Nell'occasione del V eentenario di G. MHZ^ 
ZINI la easa editrice Nerbini di Firenze, 
ha pubblicato: 

Cent. 

Il pensiero politico e sociale di Giuseppe Mazzini, scritto di Au- 
relio Saffi, con prefazione di L, Minuti . . . .30 

Aneddoti e ricordi mazziniani, di A. Giannelli. . . .30 

La vita di Giuseppe Mazzin!, scritta per uso del popolo dal Pro- 
fessore G. Baldi . . . . . , . .25 

li ^^ Credo „ di Giuseppe Mazzini, dì E. Frosini . . .20 



Cent. 

GARIBALDI (Vita - Battaglie - Apostolato). Narrazione storica 

imparziale ad uso del popolo, del Prof. Gr. Baldi . . 30 

Da Villa Buffi al Ouii^ina'©. Opuscolo di ^' Sereno „ con prefazione 

di A. Giannelli . . . . * , . .30 

La Reazione Cattolica. Volume del Prof. E. Ciccotti. . . 40 

La Massoneria alla sbarra. Opuscolo polemico del fr. X.*. . 20 

I 109 milioni del Pontefice . . . . . . . 20 

Gli avversari del Re • ^^ 



Ordinazioni con importo alla Casa editrice NEEBINI ^ Firenze 



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jYuova importarjfe pubblicaziorje : 

ì jlAbteri 

grarjdio^o romanzo passionale 
di Eugenio S^^ 

Illustrato appositamente dal pittore A. BASTIANINI 




TRADUZIONE ACCURATISSIMA 



L'opera viene pubblicata su carta di lusso e senza 
omissione né di testo né di note storiche, ma fedele alla 
prima edizione francese. Si prega non confondere questa 
edizione dei Misteri di Parigi con altre che si trovano 
in commercio, poiché essa oltre ad essere una bella edi- 
zione contiene anco maggior quantità di testo per ogni 
dispensa. 

Le prime due dispense sotto eoperlina 

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